Sulla Stessa Barca

Perché il 27 maggio ci uniremo alla marcia #NoOneIsIllegal che per le strade di Bologna rivendicherà a gran voce un altro tipo di accoglienza dei migranti?

Per diversi motivi, che qui abbiamo provato ad elencare. Ma in questo articolo ci vogliamo addentrare in una riflessione maggiormente articolata che parta da lontano.

Conosciamo bene le operazioni estrattive, ormai lungamente consolidate, messe in atto dai Paesi a capitalismo avanzato che, tramite i ricatti operati da vari aggiustamenti strutturali, prelievo di materie prime, sfruttamento scellerato del suolo e delle risorse idriche, delocalizzazione delle industrie e ipersfruttamento dei lavoratori, saccheggiano i territori del Sud del mondo.

Un Sud non geografico ma politico e di ricchezza, che soffre ancora una gestione neocoloniale da parte della governance – attori pubblici e privati che concorrono a determinare le politiche – della parte più ricca del mondo.

Esito di questo furto, di questo brutale immiserimento dei territori e delle popolazioni, è anche l’esodo di milioni di persone in cerca di degne condizioni di vita.
Condizioni negate in patria, ma anche nei nostri Paesi che innalzano frontiere e barriere – fisiche, giuridiche, del mercato del lavoro, politiche – che osteggiano la libertà di movimento delle persone, anche attraverso accordi con gli stati “cuscinetto”, come la Turchia, funzionali a delocalizzare le contraddizioni europee.

Non possiamo che denunciare l’ipocrisia e l’assurda violenza dei muri innalzati di fronte ai migranti in cerca di lavoro e libertà da parte di quei Paesi – come il nostro – che, attraverso le reti del capitalismo globale, hanno contribuito a ostacolare la realizzazione di tutto ciò nelle loro terre d’origine.

Rifiutiamo quindi tanto la legittimità dell’espulsione quanto le logiche economiche che ci sono dietro.

Possiamo altresì notare quanto gli spazi e le funzioni del “confine”, dove si esercita la forza sovrana statuale che si attiva in soccorso della gestione del mercato del lavoro basata su un’inclusione differenziale della forza lavoro migrante, si stiano progressivamente diffondendo ben al di là della linee stesse di confine. Assistiamo a una disseminazione delle sue funzioni “d’eccezione” all’interno dello spazio che il confine dovrebbe perimetrare (si pensi ai centri di detenzione per migranti in attesa di espulsione, presenti in quasi tutti i paesi europei).

Più in generale, il confine prolunga sempre più la sua azione all’interno della città anche da un altro punto di vista: assecondando la tendenza alla produzione di una pluralità di posizioni giuridiche differenziate all’interno della cittadinanza stessa, funzionale ad un mercato del lavoro sempre più alla ricerca di comprimere i costi del lavoro.

Il risultato lo vive sulla propria pelle il migrante internazionale, vittima di un processo di assoggettamento, perché si sposta fra l’essere autorizzato, ma sempre meno riconosciuto (le limitazioni del welfare e dei servizi sociali ne sono un esempio), e l’essere non autorizzato (cioè privo dello status giuridico di cittadinanza), ma sempre più riconosciuto nel mercato del lavoro (attraverso le specifiche segmentazioni e la normazione attraverso le differenze).

Di fatto, i migranti riconosciuti come degni di protezione internazionale, vengono introdotti in un iter stremante volto all’ottenimento di documenti che, qualora arrivino, lo fanno con tempi biblici, trattenendo furbescamente i migranti in una condizione di instabilità esistenziale ed economica che aumenta esponenzialmente la loro ricattabilità. Senza documenti nessun lavoro regolare è possibile, tuttavia l’inaggirabile necessità di risorse per vivere rende tragicamente accettabili salari da fame, orari di lavoro indecenti, assenza di tutele, minacce subite da caporali. Ma anche laddove i documenti ci sono e il lavoro è regolato da un contratto, ai migranti è riservata un’integrazione differenziale che li pone comunque alla base della piramide sociale. Le condizioni di estrema precarietà in cui vengono fatti lavorare da un lato sono funzionali all’abbassamento dei salari e delle tutele dell’intera classe lavoratrice, dall’altro, cumulandosi nella loro biografia discriminazioni di classe, di “razza” e di sesso, indicano un’esemplarità di sfruttamento totale della vita che sta prendendo forma con la ristrutturazione capitalistica in corso.

Abbiamo il compito, come soggettività sociali, di rompere innanzitutto con delle narrazioni etnocentriche ed europee delle migrazioni, riconoscendoci tutti sulla stessa barca.
Non esiste un “noi” e un “loro”, rifiutiamo le dinamiche identitarie messe a valore dal neoliberismo e ci riconosciamo piuttosto come uguali prede di un medesimo meccanismo di precarizzazione e sfruttamento che è nostro dovere contestare insieme.

Sappiamo bene come la retorica emergenziale della presunta invasione e del binomio immigrazione-criminalità diventi la scusa per accordi scellerati con Paesi come la Turchia e la Libia, per murare e militarizzare il perimetro orientale europeo e per creare innumerevoli confini e ghetti interni (Calais, Idomeni, Melilla, Lampedusa, Ventimiglia ecc.) sempre riposizionabili in base ai flussi migratori.

L’ultimo accordo raggiunto dal Ministro Minnitti ed alcuni Paesi Africani, volto ad arginare i flussi migratori finanziando la costruzione di centri in Ciad e in Niger dove recludere i migranti diretti in Libia, è stato siglato proprio nelle stesse ore in cui MIlano sfilavano decine di migliaia di persone per rivendicare una accoglienza degna.

Ciò evidenzia l’atteggiamento ipocrita o quanto meno schizzofrenico con il Partito di Governo ed i suoi esponenti intendono gestire il tema dell’accoglienza, in una strategia tutta schiacciata verso una una doppia e tremenda rincorsa elettorale che da un lato tenta una operazione di “black-washing”, utilizzando strumentalmente la grande manifestazione di MIlano, e dall’altro mira ad assecondare e esacerbare i timori, le paure e le incertezze delle persone con provvedimenti securitari e accordi scellerati.

L’indotto senso di insicurezza dovuta ad una millantata ingestibilità del fenomeno migratorio diventa così il preambolo necessario all’approvazione del pacchetto di leggi Minniti-Orlando, sfoggio muscolare nel controllo di un fenomeno che è in realtà comodo tenere nella sua “ingestibilità”.
Assistiamo in questi giorni a vere e proprie performance istituzionali che assumono irrimediabilmente i connotati propri di uno stato di polizia, come risposta al diffuso senso di insicurezza dovuto paradossalmente anche all’incapacità della politica e delle istituzioni di porre un freno alle storture della globalizzazione capitalistica.

Così, non insistendo sui veri nodi economici e sociali, l’asse politico si sposta quasi tutto a destra dando una medesima risposta securitaria e antidemocratica.

Concentriamoci sull’ultima risposta istituzionale alla costruzione della narrazione politico-mediatica del “problema migranti”: il decreto Minniti moltiplica i CIE (che diventano Cpr, Centri per il rimpatrio) sul territorio regionale per rendere rapida ed efficiente l’espulsione degli irregolari, affida ai sindaci la possibilità di allontanare dalla città chiunque ne minacci il “decoro” (i migranti sono chiaramente ottimi candidati), esacerbando così la già radicata lettura dei migranti come pericolo sociale. È questo un assist fornito a tutte le inaccettabili pretese avanzate ai migranti nell’idea che in fondo l’accoglienza se la debbano meritare: così li si sottopone a “lavori socialmente utili”, altrimenti detti “lavori gratuiti e sfruttati” che consentono ingenti risparmi alle amministrazioni locali, si chiede loro di accettare con acquiescenza le violenze e le coercizioni che subiscono dagli Hotspot fino alle commissioni territoriali, di rinunciare alla libertà di movimento di fatto negata dalla Convenzione di Dublino, di abdicare, in ultima analisi, alla libertà di autodeterminarsi.

Di tutto questo noi non vogliamo essere complici, come non vogliamo città che diano il via a rastrellamenti solo sulla base del colore della pelle, che diano la caccia al povero (o all’ambulante), che valutino la gravità di un crimine sulla base della provenienza geografica del mandante e che infanghino il lavoro di chi ai migranti offre un aiuto vero.

Il 27 scenderemo in piazza a Bologna per denunciare la criminalizzazione generalizzata e lo sfruttamento delle persone migranti, per chiedere e praticare un altro tipo di accoglienza, per chiedere fondi che consentano la costruzione di strutture alternative agli affollatissimi Centri di accoglienza straordinaria.
Ma scenderemo in piazza anche perché nelle insostenibili condizioni di vita e di lavoro dei migranti, in vario modo, ci riconosciamo pienamente.
Non vogliamo prendere parola per loro, ma vogliamo farlo con loro, perché viviamo ogni giorno una medesima condizione molteplice di subalternità lavorativa, di genere, di reddito, di potere.

Siamo tutte e  tutti sulla stessa barca, ed è ora di andare all’arrembaggio per prenderci tutto quello che ci spetta.

Ci vediamo sabato 27 Maggio, alle 14:30 in Piazza XX Settembre.
Per info e contatti:
info@ritmolento.it
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Circolo Arci RitmoLento

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