Una grande giornata di gioia antifascista

Il 16 febbraio è stata una grande giornata di gioia antifascista, il suo significato politico è tutto racchiuso nell’enorme partecipazione e nei diversi momenti della giornata che, al contrario di quanto ci consegna la stampa, sono stati i veri elementi rappresentativi delle piazze.

Un’onda lunga e rossa è partita dall’appello dei circoli Arci e delle altre forze sociali per il 10 febbraio a Macerata: una risposta spontanea e dissidente, certamente non scontata, che ha dato inizio ad un meccanismo di partecipazione e di ripensamento delle forze del sociale. La reazione consistente della base (decisamente più che del vertice) delle quattro organizzazioni più rappresentative del sociale non è da considerarsi affatto scontata, crediamo che sia anzi la cartina al tornasole di un processo di cambiamento che sta investendo le organizzazioni e il paese tutto, un processo che vale la pena vivere e affrontare se consideriamo la portata della sua capacità di incidere in una fase di grandi cambiamenti e nuove sfide.

Queste nuove sfide hanno bisogno di strumenti nuovi che siano essi stessi performativi: che riescano cioè ad incidere nel rapporto classico base-vertice e nel rapporto sociale-politico, con particolare riferimento alla necessità di tornare a comunicare con le persone, col cosiddetto paese reale che, a quanto pare, è ben diverso dalle tendenze delle forze politiche che lo attraversano, e ha intenzione di vendere cara la pelle dell’antifascismo molto più di quanto sembri. L’onda rossa dalle due Torri altro non è stato che il frutto di un processo partecipativo di questo tipo, realmente inclusivo, che ha provato non solo a costruire una rete tra le realtà bolognesi ma che più di tutto ha sfatato un mito: l’antifascismo è ancora popolare, parla ancora alle città, cammina ancora anche sulle gambe della gente comune, non è appannaggio di pochi intellettuali anacronistici, né delle organizzazioni sociali o di movimento, né d’istituzioni che sbandierano un poco credibile antifascismo di facciata. Anche questo non era affatto scontato, perché segna la necessità di pensare ad un antifascismo che parli ad un sentimento comune nelle persone, un sentimento che non può essere relegato negli appelli istituzionali e che deve vivere di nuove pratiche finora assenti in uno scenario piuttosto ridotto dell’antifascismo fino ad adesso.

Per questo abbiamo scelto di non piegarci alla subdola distinzione tra antifascismo buono e antifascismo cattivo, abbiamo scelto di irrompere nella piazza delle organizzazioni sociali con tutto il nostro portato, senza risparmiarci niente, partendo dalla forza che questo antifascismo popolare ha e può ancora avere nel combattere le battaglie di rinnovamento del nostro tempo: un portato di riflessione e di auto-ripensamento non più rimandabile, che aspetta alla soglia di una nuova fase sociale.

Il presente lo richiede in maniera radicale: Traini non è un pazzo, è uno stragista, un attentatore di matrice fascista come pensavamo di non vederne più in questo paese, e il suo gesto non è un raptus né un infelice tentativo di giustizia privata: è un attentato, il primo della storia italiana degli ultimi anni. E se questo ha colto di sorpresa noi, ha colto, con nostra amarezza, impreparate le alte sfere e le istituzioni di questo paese, in particolare le forze politiche. Il volto nero del dopo-tragedia si vede chiaramente nel contrasto tra le reazioni del sociale e le reazioni del politico: il Partito Democratico, nelle parole di Marco Minniti, ha dimostrato tutta la sua arroganza politica e ha minimizzato il pericolo di vedere la nostra democrazia contagiata dal cancro del fascismo, riducendo come sempre una questione sociale a una questione di ordine pubblico (è agghiacciante la dichiarazione del ministro a proposito della possibilità di reprimere la manifestazione di Macerata da parte del ministero stesso!), cioè legittimando come sempre le strategie di repressione violenta da parte delle istituzioni. Invece, checché ne pensino le maggiori forze politiche dell’arco parlamentare, esiste un fascismo che è cresciuto sottotraccia non solo nella presenza di reti, formali e informali, di attentatori fascisti di altri tempi e di organizzazioni neofasciste con grandi capacità di radicamento e di attività sommerse come testimoniato dalle inchieste dell’Espresso, ma piuttosto dalla mancanza di una guardia alta e vigile delle istituzioni di questo paese, nel vuoto delle nostre periferie, nelle guerre sotterranee ed esplicite che si stanno conducendo ai poveri tout court. E così leggiamo il decreto Minniti-Orlando e i processi di trasformazione urbana a Bologna (airBnBizzazione, touristification, gentrification, misure anti-clochard e stazioni-fortezze) sotto la stessa lente: non una guerra tra poveri ma una guerra ai poveri, che lascia spazio al fascismo.

La decisione del Questore e del Prefetto di proteggere la manifestazione di Forza Nuova si inserisce in un quadro noto da tempo di assenza delle istituzioni e della loro guardia bassa, non solo di non scelte ma di scelte di campo chiare che segnano punti di non ritorno nella storia di questa città, che continua, a parole, a riverniciarsi d’antifascismo a ogni occasione buona per poi adottare le politiche e le misure repressive di cui siamo tristemente a conoscenza, e per non avere il coraggio – un coraggio che ormai è sempre più difficile da trovare – di negare spazi e piazze alle organizzazioni dichiaratamente fasciste. Tutto questo con la sola, labile scusa che siamo in campagna elettorale e che non si può negare un comizio a un partito candidato, anche se fascista, anche se animato da un terrorista nero con alle spalle anni di latitanza, anche se sostenitore (unico partito apertamente sostenitore) dello stragista Traini.

Il corteo spontaneo nato nella serata del 16 febbraio è la reazione a queste cesure violente operate dalle istituzioni della città, certamente una risposta grande, gioiosa e spontanea che ci ha visti tutte e tutti protagonisti di un tentativo ambizioso ma riuscito: non fare passi indietro. Crediamo che ripercorrere quella straordinaria giornata con i titoli della stampa sia non solo fuorviante, ma sia un’operazione che facilita l’avanzare del fascismo; bisogna semmai prodigarsi nel guardare attentamente a quella folla, studiarne la composizione, ribadirne l’importanza davanti all’impotenza e alla complicità delle istituzioni pubbliche.

L’antifascismo non può vivere per sempre di memoria storica, non può arroccarsi sull’Aventino rinunciatario della sola incostituzionalità dei fascismi, non può scendere a compromessi con la costante istituzionalizzazione di contenuti fascisti trasversali, ormai, a tutte le forze politiche maggioritarie del nostro Paese; l’antifascismo ha bisogno di piccoli e grandi gesti, della partecipazione costante e quotidiana, del coraggio di riprendersi tanto le strade quanto i temi all’ordine del giorno nel dibattito politico, e di non lasciare spazi sguarniti dalle difese democratiche: quelle vere, fatte di coscienza collettiva e impegno sociale, senso di uguaglianza, pratiche di solidarietà.

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