Una riflessione delle attiviste e degli attivisti di Ritmolento

Fuori dal Novecento, uno sguardo nuovo


Il 24 febbraio 2022 sarà una data che rimarrà indelebilmente impressa nella memoria collettiva. Non possiamo conoscere le conseguenze che deriveranno dall’aggressione bellica ordita dal Presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovič Putin, ma possiamo certamente offrire uno spazio condiviso di analisi e lettura del presente. Quello che ci sembra ormai chiaro è che la storia europea e globale è stata attraversata da un’incrinatura profonda, di cui oggi vediamo gli effetti devastanti sul popolo ucraino, che è senza dubbio prodotta da sconvolgimenti economici, sociali e geopolitici in moto da tempo.
Come comunità politica avvertiamo la necessità e la responsabilità di inquadrare al meglio gli avvenimenti, condividendo certamente la preoccupazione ma evitando di cedere ad un sistema di informazione mainstream in crisi, in grado di offrire solamente una diretta costante della devastazione, che sia attraverso le grandi testate online o i tanti gruppi Telegram a tema.

Chi, come noi, ha sempre provato a giocare un ruolo attivo nella costruzione di una società più giusta, accogliente e solidale ha ben chiaro che non possono esistere ambiguità di ogni sorta nell’identificare gli artefici della divisione e dei conflitti tra i popoli, con scopi e interessi tutti particolari, utili solamente a rafforzare la propria posizione all’interno di un sistema capitalistico di per sé profondamente ingiusto.

Sono ancora troppi gli opinionisti che guardano al mondo con gli occhi del Novecento, dimenticandosi che i blocchi contrapposti, e il relativo isolazionismo ideologico ed economico, non fanno più parte della realtà. In un sistema economico composto da flussi di merci e capitali globalizzati abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, che costruisca meccanismi di solidarietà e cooperazione internazionale piuttosto che riproporre schemi antiquati, senza però dimenticarci delle importanti lezioni che il passato è ancora in grado di impartire. Un esempio lampante: le giustificazioni storiche e politiche dell’aggressione addotte da Putin in diretta televisiva a reti unificate, per le quali lo stato ucraino è una costruzione artificiale di cui Lenin è stato “creatore ed architetto”.
Non vi era modo migliore di palesare la distanza tra chi opprime e chi invece, nella Storia, ha avuto la capacità di riconoscere il principio di autodeterminazione e le ambizioni dei popoli, anche a discapito dei propri interessi nazionali. 

Nei fatti invece il processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica ha poggiato su principi radicalmente diversi da quelli di cui sopra. L’aggressione di Putin non è solamente una reazione, ma il frutto di un’ideologia ben definita, costruita con cura all’interno dei confini russi a spese di un intero popolo, e in particolar modo di migliaia di attivisti e attiviste che hanno sfidato la brutale repressione. In questo senso c’è un punto su cui riteniamo sia doveroso evitare di prendere posizioni opache ed ambigue: l’invasione russa dell’Ucraina è un atto apertamente imperialista e nazionalista da parte del presidente Putin. Si tratta di una conseguenza, estremamente violenta e drammatica, di quel lungo processo storico e politico che ha guidato la ristrutturazione della Russia post-sovietica. Sinteticamente, ci sembra che siano almeno due le tendenze interne all’élite russa che hanno portato agli esiti cui assistiamo in questi giorni. Da un lato, un chiaro processo di concentrazione di ricchezza e di potere al vertice della società, che ha contribuito a impoverire ampie fasce della popolazione russa – molti dimenticano che la Federazione Russa è sì una super-potenza militare, ma con un PIL minore di quello italiano, circa un terzo di quello tedesco e 15 volte inferiore a quello USA, in cui le enormi diseguaglianze interne fanno sì che l’80% delle famiglie versi in grave difficoltà economica – e a limitare gli spazi di democrazia e di espressione di punti di vista alternativi alle decisioni governative. Non è un mistero infatti che, mentre una nuova generazione di oligarchi accumulava capitali privatizzando e accaparrandosi risorse pubbliche e attività economiche, il potere presidenziale conosceva un rafforzamento che gli ha permesso di agire in modo autoritario, silenziando e disciplinando le dissidenze e le esperienze di opposizione interne. Dall’altro lato, la costruzione di un immaginario apertamente reazionario e nazionalista, che ha fatto leva sugli umori provocati dalla crisi e dalla dissoluzione dell’impero sovietico per instillare un senso di nostalgia verso un passato imperiale più o meno vagamente definito.

L’aggressione dell’Ucraina si inserisce in una lunga sequenza di iniziative militari condotte dal presidente Putin, da collocare nel quadro di una nuova politica di potenza – lo ripetiamo di nuovo: dai tratti apertamente imperialisti e autoritari – con la quale si rivendica il potere di interferire nei territori prossimi alla Russia al fine di ricucire una sfera di influenza, mostrando il completo disprezzo per le volontà e gli orientamenti delle popolazioni che vi risiedono. Del resto, non si può non constatare come le forze europee e occidentali non abbiano in questi anni preso sul serio la questione del nazionalismo dilagante negli Stati dell’Est, preferendo di volta in volta intrattenervi rapporti ambigui – non possiamo non fare riferimento alle spinte sovraniste, patriarcali e razziste che da tempo ormai tengono banco nei paesi del blocco Visegrad.

Nel contempo, nell’ambivalenza tra l’Unione Europea e il blocco atlantista, entità troppo spesso sovrapponibili negli intenti e nelle scelte, si è prodotta non solo l’incapacità di favorire un meccanismo di inclusione progressiva dei paesi dell’est, ma soprattutto la politica di destabilizzazione della NATO. Il Patto Atlantico invece di riconoscere l’esaurimento delle proprie funzioni a seguito della caduta del Muro di Berlino, si è riorganizzato su nuovi presupposti espansionistici, dentro una fase storica dove si è profetizzata la globalizzazione a traino americano contornata di guerre fallimentari nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan.
Non è un mistero, i paesi NATO, in primis gli Stati Uniti, hanno foraggiato, supportato e finanziato direttamente movimenti ultra-nazionalisti dell’est Europa al fine di garantirsi un’influenza sull’area, maneggiando pericolosamente quel sentimento diffuso e incentrato sulla dignità nazionale emerso durante la ricostruzione post-sovietica.

Le vicende della Crimea e del Donbass ci dicono chiaramente che la situazione già nel 2014 aveva raggiunto un livello critico, tale per cui una soluzione diplomatica e di mediazione come il Protocollo stipulato a Minsk, sotto l’egida dell’OSCE, fu rapidamente accantonata all’insegna della prosecuzione del conflitto e degli interessi di potere della NATO da un lato e della Federazione Russa dall’altro.

Pensiamo sia utile inquadrare e denunciare le responsabilità storiche dell’Occidente, del blocco atlantista in particolare, nella definizione delle cause del conflitto in atto perché è il modo che abbiamo per rivendicare con forza la fine della politica di destabilizzazione che sovradetermina le volontà e le ambizioni di interi popoli, che dà adito a continue escalation belliche. Abbiamo ancora sotto gli occhi le vicende afghane, siriane, cecene, libiche e i risultati disastrosi della vulgata interventista, che fallimento dopo fallimento ha preparato il terreno alla politica aggressiva di Putin. Dobbiamo infatti prestare profonda attenzione al ripristino dell’immagine della NATO con questa guerra: da soggetto indebolito agli occhi dell’opinione pubblica dalle conseguenze dei conflitti sopracitati, a fantomatico difensore di popoli e valori democratici in un clima di scontro di civiltà tra Occidente e Oriente.

Allo stesso tempo dobbiamo riconoscere la crisi profonda in cui versa l’Occidente. I continui fallimenti bellici, i suprematismi al potere o forti di un grande consenso elettorale, le responsabilità riguardo la crisi ambientale e le diseguaglianze economiche e sociali, non sono solo fenomeni passeggeri ma questioni strutturali all’interno di un determinato sistema economico, e che indeboliscono la pretesa di esportazione senza limiti di un modello mentre nel resto del mondo emergono nuove potenze e nuovi assetti. Scegliere di non vedere questa dinamica tutta interna al modo di produzione capitalistico significa rassegnarsi al riduzionismo e alla semplificazione eccessiva che ha come effetto solo quello di inquinare il dibattito.

Il pensiero bellico e il disarmo come prospettiva

In questo scenario si levano le voci di chi vorrebbe combattere una “guerra per delega”, inviando armamenti in Ucraina, e chi invece vorrebbe un intervento diretto dei paesi NATO senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Il pensiero bellico torna spaventosamente a pervadere il paese, trasformando gli ucraini e le ucraine in difensori dei valori occidentali, lo stesso Occidente che fino ad ora non è riuscito a trovare una soluzione diplomatica, l’unica soluzione possibile per arrestare il conflitto. Il partito degli interventisti cresce ed è un coacervo di banalità e ipocrisie. Pensiamo a Guido Crosetto, fino a poco tempo fa parlamentare e punto di riferimento in Fratelli d’Italia, che nelle interviste televisive si lancia in grandi orazioni interventiste, senza dire però di essere il presidente dell’AIAD, la federazione delle aziende italiane produttrici di armi. Pensiamo ad Alessandro Sallusti e Augusto Minzolini, direttori di Libero e de il Giornale, intenti a produrre veri e propri deliri per i quali la causa del conflitto è rappresentata dal movimento pacifista, dopo che per decenni hanno rilanciato qualsiasi fake news proveniente dal Cremlino. Pensiamo anche a Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, che non esita ad indossare l’elmetto per rendere più credibile la propria candidatura a segretario della NATO, nel reiterarsi di una pericolosa prospettiva di “interventismo democratico”. Pensiamo a tutti quei commentatori che o per interessi personali o per scelleratezza non si farebbero problemi nel condurci in un conflitto nucleare per raccogliere un pò di consenso in questo periodo di incertezze.

Di fronte a questa offensiva non vogliamo rimanere inermi, e scegliamo di disertare una guerra voluta dai potenti e ci schieriamo al fianco dei popoli che la subiscono. Perché per noi, dopo la differenza tra aggrediti e aggressori, ne viene un’altra, sostanziale: quella tra governanti e governati, tra i potenti e la povera gente. Sappiamo benissimo che la ricerca di una mediazione che preveda il ritiro delle armate russe, la fine dei processi di espansione della Nato ad Est (criticati, del resto, da numerosi strateghi politici americani) e allo stesso tempo un riconoscimento delle ambizioni dei popoli che abitano l’Ucraina, è una ricerca difficile e complessa, ma allo stesso tempo crediamo che sia l’unica possibilità che eviterà il massacro di altri civili. Non dimentichiamo che mentre piovono bombe sulle città ucraine, i produttori di armi festeggiano e sperano in una lunga prosecuzione del conflitto che permetterà loro di continuare ad armare sia l’esercito ucraino che quello russo. 

Non dimentichiamo che solo l’Italia ha venduto armi per 2 miliardi di euro alla Russia in vent’anni; non dimentichiamo che Leonardo-Finmeccanica, azienda privata con partecipazione statale e produttrice di armamenti, ha visto schizzare le proprie azioni in borsa del 15%; non dimentichiamo che le scelte della Germania di aumentare a 100 miliardi la spesa militare nei prossimi anni, e quella di Biden che ha richiesto uno stanziamento di 10 miliardi al Congresso, ci consegneranno, a prescindere dall’esito di questo conflitto, un mondo con un piede già ben piantato in conflitti sempre più estesi e in cui sempre più civili perderanno la vita a causa delle azioni dei governanti e delle spinte dell’industria bellica. La rivendicazione del disarmo non è una bandierina da utilizzare quando fa comodo, come vorrebbe Matteo Salvini, oggi pacifista “di facciata”, che solo nel 2020 votava insieme al partito del presidente francese Emmanuel Macron e a Giorgia Meloni contro una risoluzione del Parlamento europeo che prevedeva sanzioni nei confronti dei paesi membri UE che esportano armi. Quella del disarmo è invece una prospettiva generale da portare avanti con costanza e radicalità, per riappropriarci di un futuro privo di guerre ordite sopra le teste di miliardi di persone che non desiderano altro che la pace.

Ad oggi invece molti sottendono la retorica folle dello scontro di civiltà come presupposto ideologico alla base di un intervento militare. Per alcuni i riverberi della seconda parte del ‘900 sono la scusa con cui cancellare con un colpo di spugna una storia, quella russa, profondamente legata a quella occidentale. Dalla letteratura alla lezione impartita sulla centralità dei lavoratori e delle lavoratrici, la storia russa è una storia che ha contribuito a produrre la storia occidentale nelle sue contraddizioni. Molti sembrano averlo dimenticato, definendo quella storia un errore a causa delle scelte criminali di Putin e del suo cerchio magico. Per questo, oggi, chi si accanisce sulla letteratura e sulla cultura russa, come purtroppo è accaduto con la sospensione da parte dell’Università Bicocca di Milano del corso su Dostoevskij tenuto da Paolo Nori, dovrebbe ragionare sugli effetti sociali e politici di una simile propaganda. Come circolo sociale e culturale, nel nostro piccolo, abbiamo sempre affermato la funzione emancipatrice delle letture critiche, dell’immersione in punti di vista differenti, dell’interazione tra culture, del sapere e della conoscenza intesi come veri e propri strumenti per riappropriarci di un potere che ci viene costantemente sottratto. Sono questi gli unici presupposti con i quali si costruisce una pace vera e radicale, e vogliamo a tutti i costi evitare di privarcene di fronte alla tragedia in corso. 

Politiche di frontiera

In questi giorni, la società europea ha dimostrato una straordinaria capacità di prendere posizione contro la guerra in corso e di mobilitarsi a favore dell’accoglienza delle migliaia di rifugiati e rifugiate che continueranno a fuggire dall’aggressione. Sono iniziative e azioni come queste che ribadiscono ancora una volta come l’alternativa ai nazionalismi e al militarismo passi per la costruzione di un modello di società fondato sulla solidarietà e sulla giustizia sociale. Allo stesso tempo, non possiamo non riconoscere come la gestione della crisi umanitaria in corso ribadisca quello che è stato uno dei punti cardine delle politiche migratorie europee in questi anni: utilizzare le frontiere, interne ed esterne, dello spazio europeo per filtrare e selezionare di volta in volta le popolazioni in fuga da guerre, conflitti etnici, disastri ambientali, povertà e disuguaglianze socioeconomiche sulla base di considerazioni geopolitiche, contingenze immediate, esigenze dei mercati del lavoro o ragioni ideologiche dei governi in carica.

Non dimentichiamo che mentre le frontiere della Polonia e dell’Ungheria vengono aperte, gli spostamenti attraverso il mar Mediterraneo rimangono impraticabili e altamente rischiosi a causa del memorandum con la guardia costiera libica. Non dimentichiamo che la solidarietà incondizionata verso gli ucraini e le ucraine è stata anticipata da reazioni molto più fredde e distaccate nei confronti dei profughi afghani fuggiti dall’avanzata talebana che ha seguito il disastroso ritiro delle truppe occidentali. E infine, non dimentichiamo che gli stessi stati di Visegrad stanno applicando ulteriori discriminazioni e selezioni alle loro frontiere, respingendo i migranti africani, asiatici, indiani e mediorientali e prevedendo status e garanzie differenziate per i cittadini e le cittadine ucraine e i cittadini di paesi terzi che si trovavano in Ucraina al momento dell’invasione.

Pensiamo che l’Unione Europea e il governo italiano non debbano sprecare di nuovo l’occasione per un radicale ripensamento delle politiche migratorie. Soprattutto in Italia, l’arrivo dei rifugiati e delle rifugiate ucraine metterà a dura prova un sistema di accoglienza che già presentava delle criticità e delle fragilità strutturali, che si è sviluppato fin dall’inizio secondo logiche emergenziali, che ha attraversato processi di smantellamento e di parziale ricostruzione, e che non è in grado di rispondere adeguatamente alle necessità delle persone prese in carico. La crisi umanitaria in corso deve rappresentare l’opportunità per rivedere complessivamente le politiche migratorie, a vantaggio di ogni migrante, rifugiato o rifugiata che giunge e intende muoversi nel territorio europeo, superando la gestione emergenziale e restrittiva, garantendo la libertà di movimento e permessi di soggiorno incondizionati e universali, e facendo in modo che i territori di accoglienza garantiscano pienamente i diritti e la dignità.

Per un nuovo movimento pacifista e radicale


Scorgendo oltre la tragedia della guerra, la devastazione e la paura per il futuro non possiamo però non intravedere degli spazi di possibilità, ad oggi sicuramente ostacolati e duramente attaccati nel dibattito pubblico. Questi spazi però esistono e possiamo rievarli nelle piazze delle città globali, nelle grandi manifestazioni pacifiste che da Madrid a Mosca stanno permettendo di far emergere un discorso radicalmente alternativo a quello bellico.
Sono piazze istintive, di pancia, che esprimono un rifiuto generale della guerra e delle sue svariate forme, ma si intravedono gli elementi sui quali provare a ricostruire prospettive di lungo periodo e rivendicazioni radicali. Come comunità abbiamo partecipato alla grande piazza pacifista che il 25 febbraio ha riempito Piazza Maggiore a Bologna, convocata dal Portico della Pace e molte altre realtà sociali, e alla grande manifestazione “Europe for Peace” del 5 marzo a Roma, attraversata da oltre 50.000 persone. Il nostro posto è in queste manifestazioni e in quelle che verranno, a partire dalla piazza bolognese di sabato 12 marzo, a partire dalle 17.00 in Piazza Maggiore, convocata nuovamente dal Portico della Pace, e che già nelle sue premesse esprime da un lato la volontà di una grande parte di popolazione nel non smobilitare le piazze, e dall’altro di immettere rivendicazioni sempre più radicali nel discorso pubblico, rivolgendosi direttamente alle istituzioni nazionali e internazionali. 

In ultimo, ci teniamo a dire che queste parole non sono per noi un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Mentre scriviamo il conflitto continua a produrre vittime e profughi, e prevedere le evoluzioni è un compito che non vogliamo assumerci. Quello che è certo è che chi agisce collettivamente ha il dovere di continuare a stimolare riflessioni e discussioni, opponendo uno spazio di elaborazione allo stato di ansia e preoccupazione che comprensibilmente si manifesta nelle società occidentali. Non abbiamo tutte le risposte, e le nostre analisi sono del tutto passibili di modifiche, cambi di rotta e approfondimenti. D’altronde abbiamo sempre inteso la pratica dell’analisi collettiva come uno strumento utile a far convogliare nuove energie e nuove prospettive, non certo per limitarle.

Il nostro impegno continuerà ad essere quello di produrre momenti di confronto pubblici e di organizzare la più ampia partecipazione contro la guerra di Putin, contro ogni guerra.

Le attiviste e gli attivisti di Ritmolento

*per continuare ad organizzarci e a confrontarci scrivici tramite la nostra pagina Facebook 

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