Siamo quelli che sono stati chiamati “lavoratori essenziali” e poi abbandonati. Siamo quelle a cui fanno un contratto di tre mesi, poi di altri sei e poi ti chiedono di aprire la partita iva. Che lavorano ma fanno comunque fatica a pagare l’affitto. Che hanno deciso di seguire le proprie passioni e aspirazioni con determinazione e coraggio e qualcun altro li ha sfruttati cinicamente. Che lavorano gratis. Che si sentono in colpa e di ‘non essere abbastanza’ ogni volta che mandano un curriculum senza risposta o non passano un colloquio. Che lavorano fino alle 20, che rispondono alle mail la domenica, che continuano a pensare al lavoro mentre tornano a casa. Che non vogliono tornare in un ufficio solo per lo sfizio del capo.

Siamo quelle a cui capi e colleghi hanno fatto molestie sessuali, che ricattano abusando dei loro privilegi. Siamo quelli a cui danno buste paga con conti sbagliati. Quelle a cui chiedono ai colloqui di lavoro se hanno figli o se hanno intenzione di averne. Che, dopo tutti gli sforzi fatti, continuano a chiedere un aiuto economico ai genitori. Che stanno male, al lavoro. Che si portano quel malessere fuori dal lavoro. Che fanno un lavoro ben pagato, ma inutile per la società o, ancor peggio, dannoso per l’ambiente, per la salute fisica e mentale, per il benessere collettivo. Che vorrebbero fidarsi dei propri colleghi, ma non possono. Che spesso ne sanno più del management ma non hanno il potere di cambiare le decisioni prese. Che sono arrivate in questo paese perché sono state costrette a scappare dal proprio. Che hanno sopportato umiliazioni e sacrifici. Che troppo spesso hanno pensato di potersela cavare sempre da soli. Che hanno finito le scorciatoie. Che troppe volte hanno pensato che il problema degli altri non era un problema nostro. Che i sindacati sono inutili. Che l’organizzazione collettiva è inutile.

Adesso basta.
E’ ora di cambiare ed è arrivato il momento che ciascuna di noi contribuisca nel proprio piccolo per farlo. Il sindacato siamo noi e se non c’è il sindacato che lotta per il miglioramento delle nostre condizioni esistenziali è perché non c’è un ‘noi’, ma la somma di tanti frammenti di ‘io’.

Questo noi tocca ricostruirlo. Abbiamo deciso di iniziare replicando il primo ‘noi’ nella vita di ciascuna e ciascuno: andando a scuola. Solo che stavolta non avremo professori ed esami, non ci stiamo preparando per il futuro. Ciò che studieremo saranno prima di tutto le nostre biografie, i nostri lavori, i nostri desideri e quel che succede nelle nostre vite. Se il lavoro che facciamo ci rende veramente felici o tristi, se la nostra salute fisica e mentale è veramente tutelata o meno. Le lezioni saranno prima di tutto le nostre esperienze lavorative e di vita. Facciamo lavori diversissimi è ovvio, abbiamo contratti e problemi diversi. Eppure non vogliamo essere ancora frammentati, perché la condizione che ci riguarda tutti è che abbiamo bisogno di un ‘noi’ e da qualche parte bisognerà pur iniziare.

In questa scuola non ci sono maestri. Non c’è nessuno a cui possiamo appellarci per farci dire come risolvere il nostro problema nella nostra situazione lavorativa. Nessuno arriverà e risolverà il problema al posto nostro. In questa scuola ci sono domande, ci sono esperte che forniscono strumenti, ci sono gli altri e le altre partecipanti, con le loro esperienze e i loro punti di vista. Da questa scuola non usciremo con la soluzione precisa di come parlare al nostro capo affinché ci paghi regolarmente, o di come farci fare un contratto a tempo indeterminato, o del perché sia legale non rispondergli al telefono durante le ferie. Da questa scuola usciremo con gli strumenti per affrontare le battaglie del lavoro nostro e degli altri. Se la precarietà ci fa cambiare lavoro ogni mese, se lo sfruttamento ti costringe a fare più lavori, che senso ha difendere solo la propria condizione?
Freghiamoli e facciamo un patto di solidarietà tra di noi. Un patto per cui non ci lasceremo dopo la scuola e chi s’è visto s’è visto, ma ci daremo forza l’un l’altra.


Avanti!

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